“Vite

Il “divin codino” si racconta al direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis, in una location d’eccezione, l’aereo di linea ITA Airways che porta il suo nome e, tra ricordi, speranze e aneddoti, scatta una fotografia della sua vita dentro e fuori dal campo 

È stato Roberto Baggio il protagonista dell’ultima puntata del nuovo ciclo di “Vite – L’arte del possibile”, andata in onda su Sky TG24 mercoledì 23 novembre alle 20:45, e su Sky Sport Uno alle 22.45. Il “divin codino” si racconta a Giuseppe De Bellis in una location d’eccezione, l’aereo di linea ITA Airways che porta il suo nome e, tra ricordi, speranze e aneddoti, scatta una fotografia della sua vita dentro e fuori dal campo. Di seguito l’intervista integrale (LE ALTRE PUNTATE: BRUNELLO CUCINELLI – DIEGO DELLA VALLE – ALESSANDRO BARICCO – FEDERICO MARCHETTI – FABIOLA GIANOTTI – AMALIA ERCOLI-FINZI – MICHELE DE LUCCHI – RENZO ROSSO – ANDREA ILLY – BEATRICE VENEZI – LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO – REMO RUFFINI).

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Roberto Baggio, benvenuto a Vite, grazie di essere con noi. Siamo in un luogo un po’ strano ma partiamo proprio da questo, siamo in un aereo che porta il nome Roberto Baggio. Che effetto fa?

 

Strano perché ovviamente non è una cosa che succede tutti i giorni. Però devo dire che mi riempie di orgoglio, soprattutto mi fa felice perché so che questo aereo può portare a casa tanti italiani che magari vivono all’estero quindi questo mi fa molto piacere.

 

Avere il proprio nome su un aereo testimonia la rilevanza che si ha in un Paese. Questa è la compagnia di bandiera, quindi avere Roberto Baggio su un aereo di compagnia di bandiera significa avere un legame con l’Italia particolarmente forte. Secondo lei da cosa dipende questo legame?

 

Forse la semplicità con cui ho sempre vissuto. Anche se ho avuto la fortuna di essere per un periodo una persona al centro dell’attenzione ho sempre vissuto questo momento con molta serenità, semplicità e forse questo ha colpito un po’ le persone.

 

L’amore che gli italiani hanno per Roberto Baggio lei lo sente ora, ne parlava in relazione alla semplicità. Quando era in attività lo sentiva più forte o era semplicemente diverso?

 

C’è sempre stato un grande affetto da parte della gente anche magari quando ero avversario di alcuni tifoserie. Ho avuto la fortuna di far parte della nazionale, e questo sicuramente ha aiutato molto, e i risultati che ho ottenuto insieme a tanti compagni con la nazionale a cavallo degli anni ‘90 hanno lasciato il segno e credo che questa sia una delle cause.

 

È indiscutibile che lei sia un simbolo, un simbolo del calcio, un simbolo del nostro Paese, un simbolo della nostra cultura. Che cos’è secondo lei essere un simbolo o come si vive da simbolo?

 

Io ho sempre vissuto questo momento del calcio in maniera molto semplice, non mi sono mai sentito un simbolo. Ho sempre cercato di vivere tutto in maniera molto semplice e serena sapendo che un giorno tutto sarebbe finito e che sarebbe rimasto forse quello che hai lasciato alla gente. Il fatto che magari oggi tanta gente si ricorda di me vuol dire che sono riuscito nell’impresa di toccare il cuore delle persone.

 

Questo aereo fa delle tratte internazionali, una di queste è Italia-Argentina che sono i suoi due luoghi. I luoghi per lei hanno un valore particolare?

 

Sì io sono molto legato alla mia terra, il Veneto, alla mia città e credo che sia una cosa abbastanza normale. Vieni da lì, i tuoi genitori, la tua famiglia… Un sacco di anni passati lì, pieni di ricordi bellissimi e poi noi siamo fatti così siamo legati alla nostra terra, non c’è niente da fare.

 

E il legame con l’Argentina che è una terra scelta, no?

 

Sì è una terra che ho scoperto nel ‘91 con mio padre, mio fratello, mio suocero, con una banda di familiari e che ci ha rapito. Io penso che sia una terra veramente meravigliosa l’Argentina, dove veramente puoi scoprire un rapporto con la terra, con la natura che difficilmente trovi in altre parti.

 

Questo rapporto con la terra è una cosa che però fa parte della sua vita, l’essere legato alla natura. Lei ha scelto di vivere nel luogo in cui è nato, in campagna. È importante per lei avere questo luogo che un po’ la protegge?

 

Credo che tutto questo sia frutto della semplicità. Il fatto di vivere in mezzo alla natura è qualcosa che ti riempie già questo, poi il fatto di tenere ordine e fare pulizia, di vedere che la tua mano ha fatto qualcosa, è qualcosa che ha un valore che ti riempie.

 

Se fosse nato in un altro posto secondo lei sarebbe stato sempre Roberto Baggio?

 

Non lo so perché oggi dopo la carriera che ho avuto mi viene anche facile parlare, però quando stavo male non era così scontato. Per cui credo che alla fine una persona debba assolutamente lottare per essere se stessa. Io ho sempre cercato questo e credo di averlo trasmesso in tutto.

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Dai luoghi alle persone. Chi sono state le persone che hanno influito di più nel suo percorso di vita, non soltanto della carriera?

 

Io credo la famiglia in generale. Padre e madre che con la loro educazione ti danno un imprinting. Poi sta a te circondarti di persone che abbiano le tue stesse idee, che abbiano la tua stessa voglia di realizzare qualcosa e che ti siano di supporto. Credo che tutto alla fine ruoti intorno a quello che noi decidiamo di essere.

 

Lei è figlio. Ha parlato alcune volte del rapporto con suo papà anche nella serie “Divin codino”. Adesso che suo padre non c’è più ripensa a lui in maniera diversa?

 

Con mio padre abbiamo avuto ovviamente dei momenti difficili perché succede soprattutto quando hai una certa età, vedi la vita in maniera un po’ particolare. Poi quando cominci ad avere una famiglia e dei figli cambia tutta la visione di certe cose. Però credo che sia un passaggio che tutti dobbiamo affrontare e che queste difficoltà siano quelle che però ti maturano. Io ho avuto la fortuna di avere come padre lui che mi ha insegnato tantissime cose positive e mi porto quotidianamente tutti i suoi insegnamenti dentro. Quando lavoro è come se l’avessi affianco.

 

E i suoi figli invece cosa le hanno dato?

 

Mi hanno dato e mi danno un amore infinito che è una cosa straordinaria, il fatto di vederli tutti i giorni, di poterci parlare, di poter vivere delle cose insieme è una delle gioie della vita.

 

Le chiedo uno sforzo di collegare la prima cosa che le viene in mente della sua vita finora. È più legata a un luogo o a una persona?

 

Mi vengono in mente troppe cose… Mia moglie, che è stata fondamentale nella mia crescita, nella mia vita, perché se ho dei figli è grazie a lei e tutto quello che è riuscita a darmi in questi anni. Non è così scontato essere moglie di determinati personaggi che vivono una vita un po’ particolare. Da fuori sembra tutto rose e fiori e invece poi ci sono delle vite e le vite portano problemi.

 

Ha vissuto molte gioie e anche dei dolori. Alcuni morali, alcuni importanti anche in senso reale. Secondo lei è più importante nella crescita di un uomo vivere pienamente la gioia o saper gestire il dolore?

 

Forse entrambe, gestire il dolore è la cosa più difficile però è quello che ti fa crescere, è inevitabile. Noi possiamo diventare delle grandi persone solo se sappiamo affrontare le difficoltà, se abbiamo il mezzo per combatterle e se non ci lasciamo sviare da altro. Credo che questo sia il sale della vita di ogni persona. Se non ci sono difficoltà non potremo mai capire qual è il nostro valore.

 

È stato più difficile affrontare il recupero dal primo infortunio o dall’ultimo, anche dal punto di vista psicologico?

 

Il primo a 18 anni è stato veramente molto pesante. Non ho giocato per quasi due anni. E poi perché ti succede a 18 anni, non hai ancora capito niente della vita. Fai fatica a 55 anni come li ho adesso, figurati a 18. Però è difficile, ci sono delle cose che in determinate età ti possono segnare in maniera definitiva. Ho avuto i miei momenti difficili però era talmente grande il desiderio di tornare a giocare che sono andato oltre a tutto, ed è stata la mia fortuna.

 

Venendo al dolore morale, lei ha detto proprio in occasione del compleanno che non riesce ancora a dimenticare l’errore di Pasadena, quello è l’errore che si porta dietro.

 

Sì, non lo dimenticherò mai, era il sogno che coltivavo da bambino, che ho portato avanti per tutta la mia vita e che mi sosteneva nei momenti difficili. Mettevo sempre questo obiettivo davanti così mi toglievo le lamentele che mi facevano comodo in quel momento. Per cui ho sognato tutte le sere che andavo a dormire la finale col Brasile, poi con il Brasile con tutte le squadre che ci sono… Poi è arrivata ed è finita nella maniera più assurda che è quella a cui non avevo mai pensato.

 

Non è troppo critico con se stesso non perdonandosi questo errore? È come se l’Italia l’avesse perdonato…

 

La gente mi ha sempre dimostrato grande amore, grande affetto per cui hanno capito la mia sofferenza, però sono molto esigente con me stesso… Avevo mille occasioni per sbagliare un rigore ma non dovevo sbagliarlo quel giorno.

 

È più difficile, è più un atto di coraggio andare a battere un rigore o gestire l’eventuale errore successivo?

 

Io quel rigore l’ho calciato come ne avevo calciati altri prima, con la stessa serenità, non ero condizionato da quello che c’era intorno e dal valore che c’era in quel momento. Io ero andato per battere un calcio di rigore e per spiazzare il portiere come è successo, solo che la cosa che è inspiegabile… Io ne ho calciati tanti, posso sbagliare, posso prendere un palo, però calciare alto non era una mia caratteristica, per cui c’è questo dubbio di non avere comandato in quel preciso momento la forza del piede.

 

C’è un ricordo che mitiga questo dolore?

 

No, quella roba lì non la cancelli. Perché quando penso al Mondiale, penso che in un colpo solo ho perso un mondiale, ho perso il mio secondo Pallone d’Oro, ho perso il trofeo come miglior giocatore del mondo un’altra volta, per cui ho perso tre cose incredibili in un calcio di rigore.

 

Però in quel Mondiale Roberto Baggio prima di quel momento è stato il più grande giocatore del Mondiale. Lei ci ha affascinato in quella finale.

 

Sì, venivo da un anno importante, avevo vinto il Pallone d’Oro, ero stato premiato come miglior giocatore del mondo e c’era una grande attesa ma purtroppo sono le responsabilità di quel momento, l’attesa che c’è, che diventano un muro quasi invalicabile ed è quello che mi era successo nelle prime partite. Io praticamente volevo fare ma non ci riuscivo.

 

Però anche in quel Mondiale c’è come in tutta la sua carriera un infortunio che è un intoppo…

 

Quella purtroppo è una cosa che mi ha accompagnato sempre, io vivevo con questa spada di Damocle sulla testa in ogni allenamento e in ogni partita.

 

Però per tutti noi che l’abbiamo amata e continuiamo ad amare il ricordo di Roberto Baggio, la forza morale di ritirarsi su dopo una sofferenza fisica è una caratteristica che ha insegnato tanto anche a tutti noi di un’intera generazione. Non credo che questa capacità che lei ha avuto sia ancora più forte di tutto quello che sta intorno.

 

Sì può essere, io ero talmente disperato e non sapevo mai come poteva finire quindi se potevo dare 5 davo 5, se potevo dare 100 davo 100. Quello di cui sono orgoglioso è che ho sempre dato tutto sapendo che i rischi erano molto alti perché ovviamente il ginocchio mi ha segnato la vita di calciatore, e un po’ oggi anche di persona, perché comunque non riesco a fare tante cose. Però era talmente grande la mia passione che mettevo quella davanti anche all’infortunio, per cui era proprio una forza mentale che avevo. Era un momento in cui mi alzavo perché volevo fare proprio quello che sognavo fare.

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La porto più avanti, qualche anno dopo il ‘94, nel 2002 dove c’è un altro dolore meno fisico ma lei ha detto che la mancata convocazione del 2002 l’ha ferita profondamente. È una ferita diversa?

 

È una ferita, come tutte le ferite magari non si cicatrizzano mai fino in fondo, perché credo che quel Mondiale era solo un premio per quello che avevo fatto e per quello che avevo dato alla maglia azzurra. Aver fatto parte di quella Nazionale era qualcosa che… giocavo o non giocavo ed era un’altra storia, però meritavo quella cosa di fare il mio quarto mondiale, di andare poi nella terra del mio maestro, forse era la cosa che tenevo di più, dimostrare anche a lui che il percorso che avevo fatto mi aveva portato vicino a lui.

 

16 maggio 2004. Quindi ancora qualche anno dopo, San Siro, l’ultima partita di Roberto Baggio. Che ricordo ha?

 

Pieno di emozioni, il fatto di sapere che si chiudeva una parte importantissima, per cui avevo lottato tutta la vita… Da una parte è stato veramente un momento di gioia perché sapevo che finiva quell’agonia che mi aveva accompagnato per tanti anni, il fatto di non sapere mai se arrivavo al giorno dopo a fare quello che sognavo. La pienezza di aver raggiunto il mio scopo, di fare tutto quello che potevo e forse di più in condizioni non normali.

 

Se lo ricorda l’applauso di tutto lo stadio?

 

Sì assolutamente, è stato commovente perché c’era tutta Italia, rappresentava i tifosi del Milan, del Brescia. Ho sentito l’affetto di tutti i tifosi italiani.

 

Quando ripensa al Baggio calciatore le viene più spesso in mente il Baggio giovane o quello di fine carriera?

 

Quando ripenso, devo dire la verità, mi sarebbe piaciuto rivedere per tutte le maglie che ho indossato quello che era al Vicenza. Perché mi ricordo che veramente ero – non voglio fare il presuntuoso – ma ero imprendibile. Poi invece quello più importante è come se mi fosse stato tolto qualcosa.

 

Noi non ce ne siamo accorti però.

 

Grazie. Però io purtroppo sì mi sono reso conto che non ero più lo stesso, quell’incidente mi ha segnato per la vita.

 

Ripensando alle città e alle squadre nelle quali ha giocato c’è un’esperienza più sorprendente? Non la più importante ma una che l’ha sorpresa di più perché arrivava con delle aspettative diverse?

 

L’anno di Bologna è stato un anno meraviglioso per tanti aspetti. Mi ha riportato in nazionale e mi ha riportato alla gioia di poter vivere un altro Mondiale che è stato quello di Francia, poi la cosa pazzesca è che sembra che sia durato un mese e non un anno talmente è stato bello. C’è stato un grande rapporto con la gente, veramente io e la mia famiglia non ce ne siamo neanche accorti che è passato il tempo.

 

Si è detto spesso che alcuni allenatori facevano fatica a gestire Baggio. Secondo lei con l’evoluzione del tempo e dell’allenamento e la crescita degli allenatori, oggi un Baggio sarebbe più facile o più difficile da gestire?

 

Io credo che chi aveva il mio ruolo ha vissuto gli anni più difficili, perché comunque tutti iniziavano a giocare a zona, Sacchi aveva creato questa scuola e tutti seguivano lui. Per cui per chi aveva il mio ruolo che non era ben definito era difficile. Se io penso che Zola è dovuto andare in Inghilterra per giocare fa ridere, no? Per cui quello era purtroppo un momento difficile per chi aveva il nostro ruolo. Però io penso una cosa: l’allenatore è importantissimo ma il calcio lo fanno ancora i giocatori, per fortuna.

 

Pensa che chi ha oggi il suo ruolo è più facile che venga gestito perché nel frattempo è cambiato il calcio?

 

Dipende da chi incontri, se tu incontri un allenatore che mette davanti il suo modulo alla qualità dei giocatori, allora è tempo perso. Dipende da chi ti trovi insieme.

 

Resta un tema che gestire il talento non è una cosa semplice. Non è che ogni tanto è facile farne a meno perché è complicato riuscire a metterlo all’interno di uno schema preciso?

 

È sempre questione di quello che passa per la testa all’allenatore. Se L’allenatore è oscurato da se stesso è chiaro che un giocatore che esce da certi canoni dà fastidio, perché se poi quando vincono danno il merito al giocatore l’allenatore passa in secondo piano, quindi è difficile. Io credo che ci voglia gente che capisca qual è il suo ruolo, il giocatore e l’allenatore.

 

Ritorno all’addio al calcio. Le chiedo di fare un salto a oggi, diciotto anni dopo. Non le è mai mancato in questi 18 anni?

 

No, mi è mancato giocare quello sì, purtroppo ho fatto qualche apparizione ridicola però no… Il campo mi manca per il gioco, per il resto no perché comunque sapevo che sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe finito tutto ed ecco perché mi sento realizzato appieno. Perché so che non ho rimpianti e ho fatto tutto quello che potevo per quanto poco o tanto possa sembrare.

 

Quindi mai un momento di malinconia, nostalgia?

 

Per il gioco sì, mi piacerebbe anche giocare a casa con i miei figli ma non sono più in grado. Ho troppa paura di farmi male, per cui evito. Faccio dell’altro che non è sicuramente giocare a calcio.

 

Qualche anno fa l’ho incrociata sul campo di San Siro all’addio al calcio di Pirlo e la cosa che mi ha impressionato è il rapporto che c’era degli altri nei suoi confronti. C’erano tantissimi campioni e tutti guardando Baggio dicevano: “Adesso sto guardando uno che è veramente un campione”. Non è bellissimo sapere che c’è un rispetto così forte?

 

Ho sentito degli ex compagni nei giorni scorsi, ci siamo messaggiati ed è una roba bella, oggi gente che ha smesso o che non gioca più ti riconosce delle cose che magari quando giocavi non ti riconosceva, perché magari erano momenti differenti vissuti con un’altra emozione. Oggi a bocce ferme la gente ripaga perché non è dominata dalle emozioni, dal suo ego, ma riesce a vedere le cose com’erano. Questa forse è la cosa che mi fa più piacere.

 

Ogni tanto si vedono dei ritiri molto più difficili del suo, lei ha preso consapevolezza che era arrivato il momento in cui doveva smettere. Nel corso degli ultimi anni, dal suo ritiro in poi, altri giocatori che hanno smesso sopraggiunti i limiti di età hanno fatto più fatica. Quando vede questo tipo di risposta le viene voglia di dare loro un consiglio o vive in maniera particolare vedere questi calciatori che non riescono a smettere?

 

Uno deve trovare degli altri interessi, è fondamentale questo perché ti devi reinventare e rinnovare. La vita non è fatta per stare a guardare, devi trovare qualcosa e io ho sempre detto che anche la cosa più semplice apparentemente è quella che poi ti riempie. Tutti quelli che hanno fatto la nostra vita… Tu sei continuamente sotto il giudizio, devi continuamente dimostrare, è inevitabile che poi un giorno se ti chiudono la luce tu non sai dove andare. Perché non hai qualcosa che ti appassiona come quello che facevi prima, è fondamentale trovare qualcosa. A volte parlo con mia moglie e diciamo quanto sia difficile anche per le mogli dei giocatori gestire il dopo perché cambiano le dinamiche, i figli crescono ed è giusto che le persone abbiano qualcosa che li riappassiona e li riavvicina alla realizzazione personale. Qualunque sia il lavoro, il più umile, il più semplice, però devi trovare qualcosa.

 

E che cosa è stato per Roberto Baggio?

 

Per me il fatto di stare a contatto con la natura, di lavorare, di tagliare le piante, di fare le cose che apparentemente per gli altri non hanno significato, ma arrivi alla sera che sei sfigurato dalla fatica ma ti senti realizzato. Hai fatto qualcosa che servirà per la tua famiglia, per i tuoi amici, per fare qualcosa, la semplicità è questo alla fine.

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A un certo punto poi Roberto Baggio rientra nel mondo del calcio con un ruolo in federazione, perché non è più andato avanti?

 

Perché fondamentalmente non mi sentivo a mio agio. Ci ho provato ma quando uno torna a casa e non si sente bene vuol dire che deve abbandonare.

 

Sia all’inizio, subito dopo l’abbandono del calcio giocato, sia successivamente invece l’idea di fare altre cose nel mondo del calcio o l’allenatore o altro non l’ha mai sfiorata…

 

All’inizio volevo staccare completamente e volevo capire cosa fare da grande e poi sì, ogni tanto ti torna il desiderio, ci pensi e poi per fortuna rimane un pensiero. Bisogna essere portati per fare anche determinate cose e io forse non mi reputo all’altezza di farle.

 

Non pensa però che sia un peccato che l’Italia non abbia più Roberto Baggio da godersi in qualche altra forma?

 

No io credo che sia un vantaggio per gli italiani.

 

Questa è una bella bugia ma la compro lo stesso… Invece il calcio giocato di oggi lo guarda o no?

 

Ogni tanto lo guardo ma non so se è perché ci sono troppe partite, una volta c’era l’attesa di vedere una squadra o un’altra… Adesso non ho più quell’interesse di prima.

 

Ho letto un post di sua figlia il giorno del suo cinquantacinquesimo compleanno che dice tante cose e una mia ha colpito: “È stato un grande padre, è stato un grande marito, sarà un grande nonno”. Mai immaginato questa cosa?

 

Sì io e mia moglie speravamo già di esserlo perché adoriamo i bambini, per cui speriamo.

 

Pensa di essere diverso come nonno rispetto a come è stato come padre?

 

Non lo so perché quando i miei figli erano piccoli ero spessissimo via quindi diciamo che non li ho goduti appieno. Magari da nonno – spero che succeda presto – sarà differente perché avrò più tempo per farlo, per stare vicino.

 

Ha mantenuto i rapporti con i suoi ex compagni nel corso della carriera?

 

Sì io mi sento con tanti giocatori ex compagni di squadra ed è bello che ognuno abbia la sua vita e i suoi problemi, come è normale che sia. Però devo dire che ho sempre un grande affetto e una grande stima per tutti i miei ex compagni con cui mi sento.

 

Abbiamo celebrato da poco i 40 anni dei mondiali dell’82 lei era giovanissimo… si ricorda molto bene, come una generazione intera forse due, quella di storia… abbiamo perso Paolo Rossi di recente. Che cosa è stata per lei quella nazionale e in particolare Rossi?

 

Io andavo con il papà la domenica in bicicletta a vedere giocare il Vicenza dove c’era anche Paolo e sognavo di diventare come lui. Quando andavo allo stadio per guardare la partita doveva arrampicarmi alla rete con il freddo che faceva sennò non riuscivo a vedere la partita. Quindi il sogno di potere emulare quello che aveva fatto lui e poi con quello che ha fatto al mondiale ancora di più. È stata un’estate indimenticabile dove lui ci ha fatto godere tutti quanti. Forse era anche quello il rammarico mio quando ero arrivato alla finale e non ho potuto regalare quella gioia agli italiani perché l’avevo provata.

 

Ha parlato diverse volte di sogno, è una parola che ricorre spesso. C’è ancora un sogno nella sua vita?

 

Io sono un acquario e l’acquario si nutre di sogni. La mente va sempre oltre a cercare qualcosa che per gli altri sia impossibile. Io continuo a nutrirmi di questi sogni anche se sono magari apparentemente piccoli.

 

Me ne dice uno?

 

Vorrei vedere questo Paese come era una volta: invidiato da tutti. La speranza c’è sempre, non ci manca niente. Manca solo un po’ di onestà.

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E invece il domani concreto di Roberto Baggio che cos’è?

 

Non lo so io continuo a fare la mia vita semplice, circondata da buoni amici, buone persone, cerco di essere una persona pulita onesta, è quello che insegno ai miei figli e poi godiamoci un po’ la vita perché passa velocemente.

 

Dopo il lockdown hai ripreso a viaggiare?

 

Sì diciamo che ho fatto quasi tre anni senza mai più muovermi e devo dire che finalmente siamo tornati un po’ tutti alla libertà.

 

Ma com’è come quando si muove oggi Roberto Baggio, quando incontra la gente c’è questo clima di felicità?

 

Sì succede abbastanza spesso per fortuna, vuol dire che ho lasciato un bel ricordo o un sacco di gente che avanza soldi…

 

Quando si è calciatori l’affetto della gente fa parte anche dello show. Quando si decide di smettere pensi sia magari anche un po’ per la voglia di essere un po’ più ritirati?

 

Io penso che dipenda molto dal carattere della persona. Anch’io ho avuto i miei idoli e li ho ancora e magari chiedere un autografo o una foto ed essere delusi dal proprio idolo è qualcosa che ti segna nella vita. Allora io cerco sempre di essere molto paziente e se posso di accontentare tutti perché so che avranno un buon ricordo di me.

 

Chi erano e chi sono i tuoi idoli?

 

Sulla musica sullo sport ce ne sono tanti.

 

Ha qualcuno nel mondo dello sport che era il suo idolo?

 

Io ho sempre ammirato Zigoni, quando ero bambino andavo a vedere Paolo Rossi…ho sempre avuto dei punti di riferimento e per cui è qualcosa di normale per tutti.

 

Quando eri ragazzo preferivi calciare. un rigore o una punizione?

 

La punizione è più spettacolare, era più difficile perché c’era una barriera. Oggi sarebbe forse più facile perché comunque le distanze oggi vengono mantenute, una volta si partiva dai 9,15 in realtà arrivavano a 5 metri per cui era veramente difficile

 

E con i palloni di oggi Roberto Baggio quanti gol in più farebbe?

 

Non lo so però forse qualcuno in più sì ma non solo io, tutti gli attaccanti dei miei tempi.

 

Fare gol è stata una ossessione o una cosa che non ti importava più di tanto?

 

Ci tenevo particolarmente perché sapevo che poteva determinare il risultato della mia squadra. Però devo dire che mi riempiva molto anche il fatto di riuscire a far sognare un mio compagno, era un godimento incredibile anche in quel momento.

 

Rapporti particolari con qualche portiere?

 

Sono molto amico di Ferron, di Angelo Peruzzi. A Ferron hanno fatto un po’ di gol, diciamo che mi vuole bene, ma…

 

Bologna è stata un’esperienza sorprendente. Nelle altre città come è andata?

 

Io ho avuto il privilegio di stare bene dappertutto perché ho sempre avuto un grandissimo rapporto con la gente per cui sono stato bene dappertutto a Firenze, a Milano, a Torino. L’unica cosa è che quell’anno lì, forse perché era talmente grande il desiderio di andare ai Mondiali, è stato un anno intenso, quello di Bologna è volato.

 

C’è invece qualcosa che avresti voluto fare o un luogo in cui saresti voluto andare dove non sei riuscito?

 

Ci vorrebbero tre vite. Ci sono state squadre che mi avevano cercato in quel momento e ho rinunciato anche all’estero perché perdevi la nazionale in automatico, chiaramente erano società di valore mondiale ma io ho seguito il mio desiderio, quindi non ci penso più di tanto.

Vite – L’arte del possibile

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Curato e realizzato dal direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis, “Vite– L’arte del possibile” è un ciclo di dieci interviste dedicate al successo e alla capacità di raggiungerlo. Un ritratto professionale e personale di grandi italiani che si sono distinti nel proprio campo: dall’industria al cinema, dalla scienza allo stile fino all’arte e alla letteratura, divenendo noti in tutto il mondo.  Le interviste entreranno anche a far parte della syndication dell’area news del Gruppo Comcast e potranno essere trasmesse anche da NBC. Le interviste di “Vite – L’arte del possibile” sono disponibili anche tra i podcast di Sky TG24, sul sito skytg24.it

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