Il Pci al Senato candida Patrizio Andreoli: programma incentrato su lavoro, crisi energetica, guerra e basi Nato

In Toscana il Partito Comunista italiano si presenta anche al Senato. Torna un simbolo dal passato glorioso, con la falce e martello.

Come candidato al Senato, nell’uninominale per Viareggio, Massarosa, Livorno e Pisa, c’è Patrizio Andreoli, 63 anni, pisano doc, frequentatore da anni della costa della Versilia che ben conosce la terra toscana.

C’era poco tempo, e a cavallo di Ferragosto, per raccogliere le firme ma il nome del Pci dopo 32 anni torna sulla scheda elettorale e questa “è la novità più importante delle elezioni”, come ha affermato Marco Barzanti, segretario regionale toscano e candidato all’uninominale 1 ad Arezzo.

“Sulla scorta della precipitazione di una crisi politica che ha messo a nudo le gravi responsabilità del governo Draghi e di una maggioranza che, dal Pd alla Lega, è risultata incapace di dare adeguate risposte ai bisogni delle masse popolari e dei lavoratori che hanno visto regredire progressivamente la propria condizione; il Paese è entrato in campagna elettorale. In un clima di forte sofferenza sociale (aumento dell’inflazione e nodo salariale irrisolto, erosione del welfare e dell’accesso ai diritti, crisi energetica e venti di guerra a cui in modo grave si è consapevolmente piegato questo governo) si è avviata una campagna elettorale chiamata a svolgersi sulla base di atti preparatori e normative complessi, in pieno periodo estivo e con margini di tempo strettissimi. Una “stretta” che ha rivelato in pieno il proprio carattere antidemocratico traducendosi in un grave colpo alla partecipazione reale, tale da comprimere significativamente per molti soggetti politici in campo, compreso il Pci, le condizioni di un’efficace presenza e il rispetto delle necessarie garanzie di pari agibilità al percorso elettorale. In un clima di attacco “lungo” ai diritti democratici e alla Costituzione, pur tuttavia non ci stupiamo di quanto accaduto. Soprattutto quando questo attacco, porta il segno delle classi attualmente al comando che per grande parte sono state sin qui causa attiva della crisi, oggi impegnate a restringere spazi di controllo popolare e di democrazia e ad impedire la possibile rappresentanza popolare e parlamentare di quei soggetti che, come il Partito Comunista Italiano, sono portatori di una visione e proposta alternativa radicale circa le politiche liberiste e di guerra portate avanti dal Governo Draghi. Anche per questi motivi, nonostante un contesto assai difficile, il Pci si è impegnato per essere in campo, realizzando la propria presenza sulla scheda elettorale al Senato, mancando -se pur per poche firme- quella alla Camera. Noi, il Partito risorto per dare risposta al conflitto, al dolore e al disagio del Paese; siamo la vera novità politica”.

Il progetto del Pci cosa ha di nuovo e diverso rispetto ad altri partiti comunisti e della sinistra?
Il nostro programma politico e di governo (+Stato -mercato) sottolinea il recupero necessario e il valore centrale della presenza della mano pubblica rispetto al prevalere in questi anni di interessi privati, di egoismi sociali ed economici vecchi e nuovi, che -per carattere e consistenza- hanno assunto in via prevalente un profilo speculativo finanziario a vantaggio della rendita e a detrimento del lavoro (soprattutto manufatturiero) e degli investimenti; del “buon lavoro”. Già, perché non esiste “buon lavoro” se non accompagnato dal riconoscimento del valore della contrattazione collettiva e dai diritti. Non è un caso che nel periodo del governo Draghi sia stato abbattuto ulteriormente il lavoro a tempo indeterminato (- 80000 unità nei primi cinque mesi dell’anno) allargando il lavoro precario e il lavoro nero. Noi proponiamo in via generale un’idea altra dello sviluppo; un’idea alternativa di Paese capace di riporre al centro del dibattito ed assumere quale propria bussola di riferimento la centralità del lavoro, il ruolo imprescindibile – quale cardine non solo economico ma anche democratico – dei lavoratori. Ovvero, proponiamo che in un dibattito spesso di plastica circa la condizione reale di milioni, lontano per temi e proposte dal sentire popolare e dai nodi che stringono nella morsa della crisi la parte più debole e meno tutelata del Paese; torni a contare un punto di “vista di classe”, il punto di vista dei subalterni, dei precari, dei senza lavoro, dei pensionati al minimo, dei giovani schiacciati dall’assenza di futuro. Si tratta di un aspetto di fondo che attiene alla cultura e allo spessore della nostra proposta politica. Non è un caso come forze quali il Pd, che non è oggettivamente possibile ritenere ancora parte della famiglia politica della sinistra italiana per scelte compiute (Jobs Act, abbattimento dell’articolo 18, Referendum sulla Costituzione, sostegno al all’aumento delle spese militari e all’invio delle armi in Ucraina…) e valori di riferimento (liberaldemocrazia sul piano sociale e liberismo sul terreno economico), con un rovesciamento di centottanta gradi pongano da tempo al centro della propria riflessione non più il lavoro, ma l’impresa. Si tratta di una forza che personalmente qualifico ormai come parte del campo del “progressismo debole”, a cui è necessario contrappore l’idea di un moderno socialismo, del recupero -nel respiro e nell’orizzonte della globalizzazione- di una via nazionale italiana al socialismo. Da questo punto di vista ci distinguiamo da altre formazioni che si richiamano (talora in maniera parzialmente più congrua, talaltra in maniera propagandistica) all’ideologia e alla prassi comunista, proprio perché avvertiamo il bisogno e l’urgenza di coniugare un’idea forte di trasformazione, nel solco di una sicura cultura di governo. Noi non esistiamo e non siamo sorti per testimoniare la necessità del cambiamento, ma per costruire le condizioni per “trasformare lo stato di cose presenti”. Mentre altri promuovono legittime proteste, noi siamo quella forza che ambisce ad assumere una funzione di direzione politica e culturale del processo di cambiamento. Vi è un distinguo di fondo che è di carattere culturale e politico. Il Pci non è solo “sinistra” e “a sinistra”. Noi ci riteniamo alternativi in via di fondo al centrosinistra ed anche ad una sinistra moderata che pure non va oltre la difesa (pur importante) di tratti del welfare e di migliorie parziali. Alternativi alla sinistra che soggiace e accetta le “compatibilità” imposte dalla Bce e dal Fondo Monetario Internazionale. Noi riteniamo, per questo siamo comunisti, che cifra di riferimento generale circa la lettura della società resti il conflitto, lo scontro capitale/lavoro. Esemplifico in via breve alcune differenze sul merito dei problemi: per noi la piaga (una vera e propria guerra civile) dei morti sul lavoro (siamo già a 1074 solo nel 2022!) abbisogna dell’introduzione nel Codice Penale del reato di “omicidio colposo sul lavoro” andando oltre sanzioni amministrative e pecuniarie, condanne di circostanza, ristori irrisori alle famiglie. Per noi, questa Unione Europea improntata strutturalmente ad una visione liberista è irriformabile, e in quanto tale va abbattuta e superata poiché non saranno sufficienti ipotesi di modifiche parziali (riforma dei Trattati), come segnala il giudizio di una parte della stessa sinistra italiana (da Rc a oggi Unione Popolare)…”

Guerra Russia-Ucraina: quale è la vostra posizione sull’invio di armi da parte dell’Italia?
A noi hanno insegnato “che se vuoi la pace, prepara la pace” ed opera per la pace. Non ci pare che l’Italia e questo Governo abbiano agito in questa direzione. Al contrario. In dispregio – di fatto – dell’articolo 11 della Costituzione si è scelto di inviare armi e di nutrire il conflitto nell’ambito di una politica, quella atlantica e Nato, foriera di atteggiamenti aggressivi e di una pressione ed espansione militarista ad est, che di per sé rappresenta una minaccia per la stabilità e la risoluzione per via negoziata delle controversie. Su questo terreno, il nostro Paese ha compiuto una scelta grave, peraltro realizzando un precedente politico grave e una forzatura istituzionale rilevanti. In sostanza si è scelto di inviare (al netto di valutazioni di fondo in senso contrario) armi ad uno Stato che non è parte della stessa Unione Europea, l’Ucraina, in conflitto con un altro Stato a sua volta non facente parte politicamente della Ue. Il tutto, proni a scelte Nato che noi contrastiamo apertamente reclamando l’uscita dell’Italia da tale alleanza. Una presenza la nostra, che segnala una sudditanza inaccettabile ad una visione unipolare del mondo, quella statunitense, rispetto ad un mondo che esattamente per garantire pace, abbisogna di multipolarismo. Armi pagate dagli italiani secondo una visione imperiale (pensiero unico) e una declinazione opportunista dei principi di libertà e democrazia. Principi la cui indivisibilità dovrebbe essere evidente. Verrebbe in via provocatoria da chiedersi, perché pari sensibile attenzione non si è spesa in direzione del popolo Palestinese piuttosto che di quello Saharawi, da decenni duramente in lotta per la propria libertà e autodeterminazione! La verità è che servirebbe un rinnovato ruolo dell’Italia sullo scacchiere europeo e mediterraneo quale attore attivo del dialogo. Un’Italia che costruisce ponti e non invia bombe. Oggi, quel che serve è il negoziato. Quel che serve è una soluzione e visione politica nuova dell’Europa. Quel che serve è la creazione, questa è la mia opinione, di una cortina di Paesi neutrali (altro che nuova cortina di ferro) che dal baltico al Mediterraneo realizzino una zona cuscinetto nelle relazioni est-ovest offrendo all’una e all’altra parte condizioni di sicurezza, di sviluppo nella pace, di equilibrio geopolitico”.

Le sanzioni alla Russia, la crisi energetica, il caro bollette, aziende in crisi, a rischio chiusura e, quindi, famiglie che si troveranno sul lastrico: cosa fare?
Come al solito, mercé la miopia delle classi al comando, il Paese si trova ancora una volta ad affrontare nodi epocali -al minimo- di carattere continentale, in via emergenziale. Mentre rispondo, laddove come in Spagna si è investito nell’ultimo decennio in direzione delle energie rinnovabili, oggi il gas si paga un quinto di ciò che costa ai cittadini italiani. Quel che manca è una politica energetica seria, un piano del e per il sistema paese… e potrei dilungarmi in altri esempi. Tutto questo, mentre si sono ingrassati gli interessi speculativi di pochi a danno delle famiglie e dei lavoratori. Oggi, questo è divenuto il paese dei bonus e superbonus. Un supermercato che certifica la sconfitta della buona politica e di un’idea avanzata di paese, mentre avremmo bisogno di andare oltre elemosine sociali, toppe parziali, prebende elargite dai potenti di turno. La prima difesa delle famiglie circa i rincari in essere, parte dalla scrittura nell’agenda politica di una questione centrale e disattesa da oltre venti anni: la questione salariale. Non mance, ma salario contrattualizzato capace di tradursi in diritto acquisito. Diritto, non regalia secondo gli orientamenti variabili dei potenti (e dei governi). Un aumento del tenore delle famiglie e della loro capacità di spesa, un aumento dei salari relativi al lavoro manufatturiero e ai servizi che non solo non è stato implementato, ma nel tempo è addirittura diminuito su scala europea (-2,99%); tanto che oggi, a parità di lavoro un metalmeccanico tedesco guadagna il 40% in più di un metalmeccanico italiano. Per le aziende, soprattutto per le attività artigiane, spesso a conduzione familiare, vanno abbattuti subito i costi indiretti che si scaricano sulle bollette circa la voce energia, e perché no?, anche a quelli legati alla formazione e alla facilitazione di assunzione a tempo indeterminato. Serve una grande e rinnovata politica solidale (e non assistenziale e clientelare come spesso si rivela nell’adagio italiano), che soprattutto in ragione del Pnrr e delle risorse rilevantissime da questo derivanti, permetta di aprire una discussione sul modello di sviluppo, sulle riconversioni necessarie; sul perché e sul che cosa si produce. Sacche di rendita, di passività, di arretratezza, consorterie ed interessi consolidati, il basso profilo culturale (questione antica che ci trasciniamo dal Risorgimento e dall’Unità nazionale) della nostra classe dirigente pur colta nella sua dimensione di classe capitalista; temo impediscano -al presente- uno scatto che pure sarebbe urgente e necessario. Anche per questo e non a caso, il Pci ha presentato un piano elettorale e di governo all’insegna del “+Stato -mercato”, ovvero una proposta di diverso e alternativo sviluppo”.

Perché dite e chiedete di uscire dalla Nato quando la stessa organizzazione è sostanzialmente una rappresentanza degli Usa. Quindi, il problema è la presenza in Europa e in Italia delle basi Usa.
“Esattamente. Sono circa 150 le basi Nato e Usa sul territorio nazionale, dotate -ad oggi- di almeno 70 testate nucleari. Uno schiaffo al principio di sovranità nazionale. Per esse e le politiche militariste perseguite sia dal centrodestra che dal centrosinistra con pari impegno, vengono spesi ben 104 milioni di euro al giorno. Una cifra impressionante sottratta al welfare, al lavoro, all’istruzione, alla sanità pubblica. Quante scuole potremo costruire, quanta logistica e innovazione potremmo garantire, quanti migliori trasporti, quanta migliore azione di cura e prevenzione potremmo realizzare con una somma simile? A tutto questo, si aggiunga ben 1 miliardo di euro, che l’Italia spende per sostenere le missioni euro-Nato all’estero. La verità è che il governo Draghi (ma non meglio quelli che lo hanno preceduto) ha deciso di spostare in avanti la spesa militare oltre il 2% del Pil nazionale… forse l’Italia è in guerra e nessuno ce l’ha comunicato! Una vergogna civile e una ferita democratica enormi”.

Lavoro precario, un tema importante: oggi, è davvero possibile creare occupazione stabile, sicura e sostenibile?
La condizione del lavoro nel nostro paese è precipitata, sia dal punto quantitativo che qualitativo. E’ un processo che viene da lontano, amplificato dalla crisi strutturale nella quale versa il sistema capitalista, e che vede l’Italia tra le realtà europee in maggiore difficoltà, come evidenziano i dati concernenti il tasso di disoccupazione (generale e giovanile in particolare). Pesano al riguardo le politiche finanziarie ed economiche dei governi succedutesi nel nostro paese in ossequio ai diktat della cosiddetta troika (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) e alla dura filosofia liberista. È un dato di fatto che Il lavoro non è più -al momento- quel fattore di inclusione sociale e di emancipazione individuale, sottolineato dalla Costituzione. Sul lavoro il Pci avanza proposte concrete e precise: – riscrittura del diritto del lavoro, a cominciare dal fondamentale ripristino dell’articolo 18 e dalla sua estensione a tutti i lavoratori; – abolizione del lavoro precario e di ogni forma di caporalato, rivedendo e sfoltendo al massimo le tipologie dei rapporti cosiddetti atipici; -garanzie giuridiche e continuità retributiva, a carico della finanza pubblica circa i lavori intermittenti e stagionali; – reintroduzione della scala mobile e difesa reale del potere di acquisto dei lavoratori e delle famiglie in ossequio al rispetto dell’articolo 36 della Costituzione; – riduzione del tempo di lavoro (35 ore) che deve avvenire a parità di retribuzione;garanzie per la sicurezza sul lavoro (intesa non solo in relazione agli infortuni ma anche alle malattie professionali, introducendo in primo luogo la possibilità di contrattazione circa l’organizzazione del lavoro da parte di lavoratori e delle lavoratrici in collaborazione con gli organi preposti alla vigilanza ed al controllo; – introduzione della piena responsabilità del datore di lavoro, ivi compresa la fattispecie del reato di omicidio sul lavoro; – revisione della disciplina degli appalti, eliminando o riducendo al minimo la legittimità degli appalti dei servizi consistenti in fornitura di sola manodopera, e forte limitazione, della possibilità di ricorso ai subappalti; – messa a punto di nuovi strumenti di lotta al lavoro nero (oggi al 14%) con l’introduzione di sanzioni progressive per la mancata regolarizzazione anche su disposizione degli organi ispettivi”.

“Ho citato solo in via parziale spunti presenti nel programma politico del Pci per giungere ad una valutazione politica di fondo e di ordine generale – aggiunge – Il punto che conta, il punto che decide è la ritessitura e ricostruzione molecolare di un forte movimento di popolo, di un movimento democratico e del lavoro; di un nuovo protagonismo dei lavoratori in assenza del quale, non si dà luogo a quella controffensiva, a quella diga democratica e progressiva dietro cui riparare i più deboli, i molti che sono rimasti indietro o addirittura sono stati schiacciati, calpestati dalla crisi. Per questo è sorto il Pci. Questa è la nostra missione generale e di fondo. Offrire al Paese un nuovo orizzonte utile, praticabile, necessario e insieme possibile”.

Il reddito di cittadinanza?
Il reddito di cittadinanza ha rappresentato il tentativo, parziale e insufficiente (a cui si è aggiunta una pessima gestione) di frenare la deriva e precipitazione della povertà assoluta. Da un lato ha supplito a immediati bisogni, dall’altro è stato utilizzato -se pur demonizzato nella propaganda da parte di alcune forze ad esso ostili- esattamente per “narcotizzare” e stemperare il conflitto, la protesta sociale e di classe. Il Pci propone l’introduzione di un reddito sociale garantito per chi è senza lavoro e/o in fasce d’età ormai espulse dal mercato del lavoro, da ordinare con la legislazione di allargamento dell’occupazione, attraverso la riduzione d’orario; in ogni caso estensione dell’assegno sociale nella fascia d’età 56/65 anni per i soggetti in possesso dei requisiti previsti dalla legislazione sull’assegno sociale. Ma il punto, è che mentre per il Movimento 5 Stelle il reddito di cittadinanza viene riferito come strumento di “carattere strutturale”, per i comunisti la via maestra non può che essere rappresentata dalla stesura e realizzazione di un piano nazionale del Lavoro capace di garantire salario, diritti, dignità, ruolo sociale in via stabile; in una parola futuro e certezze a tanti e a tante. La verità, ancora una volta, è che nel centrodestra così come nel centrosinistra (a partire dal Pd e dallo stesso M5Stelle) non si assume l’obbiettivo dell’espansione generale dell’occupazione su cui far leva per far crescere una più adeguata coscienza democratica e partecipazione attiva alla vita pubblica e nazionale, ma il parziale contenimento del disagio e della povertà. Il capitalismo, così, viene assunto come dato di natura insuperabile, paradigma dell’organizzazione sociale non modificabile in via di fondo; laddove per i comunisti si tratta di un baluardo da abbattere e superare, puntando alla trasformazione progressiva dei rapporti di forza nel paese”.

Il Pci al Senato candida Patrizio Andreoli: programma incentrato su lavoro, crisi energetica, guerra e basi Nato – Luccaindiretta