7 nuovi libri da comprare adesso e leggere questo inverno

7 libri da leggere subito, prima dell’inverno e prima di Natale. Raccontano di famiglie, che hanno fatto un pezzo di storia, o che hanno la loro storia, lontane nel tempo o vicine a noi. Tranquille o problematiche, tutte sono felici, o infelici, a modo loro. In città o in luoghi ameni. Madri e figlie, figli e genitori, nonne e nipoti, coppie o single. Anche un gruppo di amici può essere una famiglia. Quello che conta è il legame che resta nel tempo.

I Moosbrugger, Monika Helfer, Keller

Una famiglia inusuale, che scopre piano le sue radici. Un viaggio narrato in prima persona dall’autrice alla ricerca della storia della sua famiglia. I Moosbrugger prendono vita attraverso il racconto, ora fedele, ora immaginato di zia Kathe, 94 anni l’unica sopravvissuta di quel manipolo di sette figli di Maria e Josef, nonni della Helfer e genitori di Margarethe, sua madre. Non è un viaggio lungo nel tempo e nello spazio, siamo agli inizi del Novecento, in un’impervia valle austriaca, vicino al Tirolo. I Moosbrugger sono poveri, vivono abbarbicati sulla montagna, lontani da tutto e da tutti. In paese li chiamano gli Emarginati. Non sono come gli altri. Maria è bellissima, fa gola a tutti gli uomini, il sindaco, il postino, i commercianti del mercato. Giuseppe, è alto prestante, elegante nel suo unico abito. Vanno in paese separati, non si guardano. Ma noi sappiamo dei loro abbracci infuocati e delle notti in cui si addormentano stremati. I pettegolezzi si sprecano, sono sempre sulla bocca di tutti. Soprattutto quando Josef parte per la guerra nel 1914 e Maria resta sola con quattro figli. Come trovare cibo, come mandare a scuola i figli, resistere alle invidie della gente, è stata l’avventura di tante donne sole durante la guerra. Nel racconto di Maria non c’è mai disperazione, non c’è ansia. Anche quando resta incinta, e contando tutte le, poche, licenze di Josef, i conti non tornano, in paese i conti li hanno già fatti. Nascerà Margaretha, la madre dell’autrice e Josef non le rivolgerà mai la parola. Ci vorranno altri due figli per calmare i suoi dubbi. Un dramma famigliare che nei racconti di zia Kathe diventa una commedia degli equivoci. Il ritmo spedito e irridente del linguaggio ci trascina dentro un tempo in cui si possedevano poche cose, ma si aveva tanto da raccontare.

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Al di qua del fiume, Alessandra Selmi, Editrice Nord

La storia di una famiglia che ha fatto un pezzo di storia imprenditoriale tra Ottocento e Novecento. E ha lasciato alle sue spalle una testimonianza, il villaggio operaio di Crespi d’Adda. Non erano nobili i Crespi, ma erano ricchi, il capostipite, Benigno, faceva il tintore a Busto Arsizio, vicino a Varese. Con acume, duro lavoro e molta fortuna aveva aperto tintorie in tutto il Nord della Lombardia. Il figlio Cristoforo, uomo colto e raffinato, era stato in Asia, in Egitto per importare il miglior cotone, aveva una visione: meccanizzare le tintorie, aggiungere i filatoi e produrre sul posto l’energia necessaria per i telai. Un sogno avanti nei tempi, che la famiglia non condivideva. Era il progetto della fabbrica autosufficiente. E lo realizzò, motivando gli operai che lo avevano già aiutato a installare tintorie e filande. Oltre alla fabbrica, il progetto, aveva anche un altro scopo, impensabile allora: costruire un villaggio per i lavoratori, dare a quella gente, poveri, o poverissimi che vivevano in condizioni precarie, un lavoro e un posto dove nascere, vivere, morire, dove far studiare i figli, case con acqua corrente, un ospedale dove curarsi e un teatro dove passare il tempo libero. Dopo turni di 12 ore, certo. La rivoluzione industriale era alle porte e Cristoforo Crespi voleva essere uno degli attori principali al Nord. Così nacque il Villaggio operaio Crespi sulla sponda bergamasca dell’Adda. Il libro racconta le storie private delle tante persone che, a costo anche della vita, resero possibile il sogno di un capitalista illuminato: gli operai felici, senza problemi di cibo o di alloggio, avrebbero reso di più. Le storie dei tanti protagonisti sono frutto di fantasia, ma negli archivi diligentemente consultati dall’autrice, ci sono molti appigli alla realtà. E il giovane Crespi che s’innamora della figlia del fedele operaio del padre forse non è un’invenzione. Un po’ di rosa colora il molto nero della fatica, delle invidie, delle malattie e delle disgrazie che hanno accompagnato la nascita del villaggio. Le prime lotte operaie, la concorrenza straniera, la guerra imminente, chiusero i cancelli della fabbrica negli anni 30. Le case sono rimaste agli eredi, soprattutto le deliziose villette dei dirigenti. Il villaggio è sotto la tutela dell’Unesco e si può visitare. La storia stessa dei Crespi è un romanzo e se ne trova traccia negli annali. È la storia di una grande famiglia borghese, da una parte proiettata verso il futuro, dall’altra dispiaciuta di non appartenere a quella nobiltà meneghina che tanto ammirava.

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Al di qua del fiume. Il sogno della famiglia Crespi

Notte di battaglia, Miriam Toews, Einaudi

Una nonna, una figlia, una nipote, tre generazioni di donne combattenti, ciascuna a modo suo, raccontate nella battaglia quotidiana della vita. Sono le protagoniste di una famiglia problematica e sconclusionata, che tanto assomiglia a quella della Toews: la vita in una comunità mennonita in Canada, il padre e una sorella morti suicidi, l’incubo della malattia mentale. Il tono pirotecnico del racconto, comico al limite del surreale, si ride e sorride anche nelle disgrazie, è una sua scelta precisa: bisogna guardare la tragedia dal di fuori, irriderla, per capire tutto il dolore che porta con sé. Le combattenti di questa notte vivono in uno stretto nucleo sotto lo stesso tetto: Elvira, la nonna, oltre i novanta, svampita, ma coriacea, sempre sul crinale della morte, tenuta in vita dalle tante pastiglie colorate, amministrate da Swiv, la nipote, nove anni (forse), sospesa dalla scuola perché ha preso a pugni i compagni che la bullizzavano, e Mooshie la madre di Swiv, bipolare, attrice fallita, alterna momenti di ira a una normalità struggente. È incinta, al nono mese, di Gord, un altro abitante in arrivo in questo mondo svalvolato. “Gli uomini vanno e vengono”, scrive Swiv nella lettera a suo padre, sparito dopo la sua nascita. Gli uomini se ne sono andati via tutti nella vita delle tre donne. Troppo presto, come il nonno; quando non dovevano, come il padre di Swiv. Il racconto si chiude come si è aperto, con Swiv che racconta al padre l’ultima notte di battaglia che ha cambiato la vita delle tre protagoniste. E l’ultima frase della nonna, che tutto spiega: “La gioia è resistenza”.

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Nuoto libero, Julie Otsuka, Bollati Boringhieri

Ogni libro della Otsuka è un viaggio avvincente, un mosaico composto da innumerevoli tessere, ciascuna diversa dall’altra. Sono i personaggi delle sue storie a intervenire direttamente e a fare, uno alla volta, l’io narrante. Anche in Nuoto libero. I personaggi non si presentano mai ufficialmente, cominciano a parlare o a essere raccontati, qualche volta hanno un nome, a volte un soprannome, o sono identificati dal lavoro che svolgono. Sono storie infinitesimali, fotografate nel lampo di un flash, che diventano un coro. Il romanzo è diviso in due parti, nella prima, sono i nuotatori a raccontarsi e a raccontare. Un popolo ondeggiante che abita il mondo di sotto e il mondo di sopra. Sopra c’è la città, con le strade, il traffico, la gente, la vita reale. Sotto, in un antro mitologico, la piscina sotterranea, dove ogni giorno si incontra una comunità fatta di caratteri e caratteristiche, che abita l’acqua e le corsie. Chi va lento e chi veloce, chi viene ogni giorno, chi una volta tanto, chi per curarsi, chi perché non sa dove andare. Il mondo di sotto è diviso in caste, ciascuno sta al suo posto. Ma tutti stanno insieme, come una famiglia, con le regole, scritte sulle porte degli spogliatoi e dentro il cuore di ciascun nuotatore. La storia è raccontata in prima, seconda e terza persona singolare e plurale, a seconda del punto di vista. Quando, improvvisamente, una strana crepa comincia a minare il fondo di quel santuario (il nuoto è una religione). Un sottile solco nero, che appare e scompare, una metafora e una realtà. Ciascuno interpreta la fessura (anche noi lettori), come meglio crede. E la piscina, alla fine, viene chiusa per sempre. La comunità dei nuotatori si restringe a un nucleo: madre e figlia. Il fuoco della narrazione si sposta su Alice, agile nuotatrice nel mondo di sotto, incamminata verso la demenza senile nel mondo di sopra. E sulla figlia, sempre distante, sempre impegnata a scrivere. Anche la vita reale ha le sue crepe subdole, pronte a minarne per sempre le fondamenta.

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Vorrei che fossi qui, Jodi Picoult, Fazi

Il titolo è quello della canzone dei Pink Floyd Wish you were here (1975). E c’è molta altra musica in questa storia che racconta gli ultimi due anni della vita che abbiamo diviso con il Covid. Una famiglia alle Galapagos, padre, figlia e nonna. Una coppia che vuole mettere su famiglia a New York: Finn, giovane medico e Diana, esperta d’arte da Sotheby’s, con una promozione in arrivo se riuscirà a vendere il quadro di Toulouse-Lautrec posseduto da Kitomi Ito, moglie di un cantante assassinato da un fan a New York. Fin troppo facile il riferimento a Yoko Ono e John Lennon. Omaggio dell’autrice ai suoi paladini. In mezzo a questi eventi, si inserisce la pandemia, in città e al di là dell’Oceano. Alla fine del libro, l’autrice spiega perché ha deciso di raccontare questa tempesta, che è passata, ma non ancora così lontana nel ricordo. Chi ha voglia di leggere un libro che parla di Covid? Con molto coraggio, l’autrice si è affidata alla fiction per la storia e alla scienza per le descrizioni mediche. Ha cucito il tutto con i toni del romance, del romanzo sentimentale. “Erano i libri che cercavo durante il confinamento in casa”, spiega. “Avevo bisogno di leggerezza e queste storie mi davano sollievo”. Attraverso le vicende di Diana e Finn, scopriamo come New York ha vissuto la violenza della pandemia, il lockdown, il lavoro negli ospedali, immagini uguali a quelle che abbiamo avuto a casa nostra. Niente lagne, ma cronaca. La realtà in quei mesi ora ci sembra surreale e l’autrice ne rende tutta l’angoscia e lo straniamento. Con un finale molto ben congegnato, facciamo un balzo sulla sedia. Niente spoiler per favore.

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Tabacco Clan, Giuseppe Lupo, Marsilio

Un’amicizia che dura oltre 40 anni, un rapporto granitico che lega dagli anni Ottanta un manipolo di studenti fuori sede, nuovi emigrati dello studio, arrivati a Milano da ogni parte d’Italia, Sud in testa, e dalla vicina Svizzera. Ciascuno ha un nome di battaglia, che si porta addosso ancora, non ci sono nomi propri nel racconto, solo soprannomi. Ognuno è stato il protagonista di avventure amorose, religiose, sociali, politiche (poche, erano gli anni del riflusso), ciascuno avvolto nell’aroma del tabacco da pipa Clan, che sapeva di miele e di whisky e faceva impazzire le ragazze. Ciascuno è stato un eroe a modo suo, tutti sono diventati il Clan, con la maiuscola. Un gruppo di amici che, dopo quarant’anni, ha tutto il diritto di definirsi famiglia. Oggi una famiglia allargata dentro famiglie istituzionali. Il movente del racconto, piano, piano si affaccia al lettore: in una fredda mattina di gennaio, i moderni picari si ritrovano sulle sponde del lago Maggiore per festeggiare il matrimonio di due dei loro figli. La famiglia di Via Celoria, che per un paio di anni ha abitato il pensionato di preti severissimi (erano gesuiti?) nella nebbiosa Città Studi di Milano, oggi, tra una partita di calcetto e un infortunio, un tiro al biliardo e un bicchiere di prosecco, si è ricostituita dentro un hotel per l’ennesima festa goliardica. Le voci del Presidente, del Vicepresidente, del Segretario, di Famà, Kasperczak, Franz, Vice Capellone, diventano un coro che ricorda quei ragazzi che mettevano la cravatta solo alle feste, che cercavano le milanesi dalle gambe lunghe, lontane dalla periferia. Erano studenti di economia e commercio (le business school erano lontane), di chimica, di medicina, ora sono professionisti più o meno affermati, più o meno realizzati, che si tengono stretti appellativi, frasi e rituali con la stessa determinazione di una tribù in via di estinzione. La voce timida del Piccolo Chimico, forse l’autore stesso, ha il compito di stanare i ricordi, di portare alla luce qualche nostalgia, di rivelare una verità nascosta. Non ci sono rimpianti, non c’è malinconia nel clan. La scrittura del ricordo, che tanto si confà all’autore, è l’esercizio prezioso che rende memorabile il passato.

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Quaderno Ideale, Brenda Lozano, Alter Ego Edizioni

Un romanzo che non è un romanzo, ma un gioco raffinato e surreale, un percorso della mente, una magia per gli occhi, una musica per le orecchie, una lettura intimista, che gli autori e le autrici dell’America latina sanno rendere al meglio. Brenda Lozano, ritenuta una delle miglior voci under quaranta della letteratura messicana, ci conduce tra le pagine di questa storia, che è un labirinto di doppi signficati, fin dal titolo. Il Cuaderno Ideal è il quaderno, con spirale, che tutti i messicani usano nella loro vita, a scuola, a casa, per prendere appunti. Ideale è anche il contenuto di questo diario, dilatato nel tempo e nello spazio, scelto dalla narratrice per raccontare a noi di Jonás, il suo fidanzato di sempre, l’altra metà della coppia, il compagno dei suoi giochi di bambina in un quartiere di Città del Messico, né brutto, né bello, rumoroso, sporco, vivo, pieno di storia, di stranezze, di sogni che sono meglio della realtà, come è tutta la città. Il quaderno è il mezzo, per stare vicino a Jonás, tornato in Spagna per la morte della madre. È il filo di Arianna per non perderlo, la tela di Penelope ordita per ingannare l’attesa, non per niente il gatto della ragazza si chiama Telemaco, il viaggio avventuroso nella Spagna lontana è l’Odissea che lei deve scontare. È un modo per raccontare le tante attese, che ci aspettano nella vita. La trama, la fine non sono fondamentali, le pagine sono scandite da frasi, elenchi, liste, riflessioni, inframmezzate da ricordi e riferimenti, come un algoritmo che procede su carta, una lunga catena di libere associazioni, che aggancia Proust, David Bowie, Pessoa, Borges, Shakira, Kafka. Le parole del quaderno diventano “un concerto per rami e arbusti”. Da ascoltare (e leggere), in silenzio.

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