Walter Junior Casagrande, le sue memorie dal sottosuolo e quelle visite all’inferno

Per gentile concessione della casa editrice Edizioni inContropiede pubblichiamo un brano da Casagrande: all’inferno e ritorno, il nuovo romanzo di Enzo Palladini sull’ex attaccante brasiliano che in Italia a giocato con Ascoli e Torino. Centravanti forte (anche 19 presenze e 8 gol con la nazionale verdeoro) e uomo dal carattere complesso, Casagrande ha fatto parlare di sé anche e soprattutto per vicende extra calcistiche. Nel capitolo qui sotto, ad esempio, si entra nell’inferno del suo rapporto con la droga.

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IL GRIDO DISPERATO DI LEONARDO

“Voglio soltanto raccontare delle cose, alcune divertenti, altre malinconiche, proprio come è la vita. La vita, che breve navigazione di cabotaggio“. (Jorge Amado)

Ci sono frasi che un uomo non dovrebbe mai dire. L’anima del mondo le fissa nella memoria e poi te le rinfaccia tutte le volte che può. “Smetto quando voglio” è una di queste frasi. Non esiste espressione più semplice da smentire e da polverizzare. Vale per tutti quelli che possono essere considerati vizi nella vita: l’alcol, il fumo, la droga, tanto per esplorare i più comuni. Non si smette mai quando si vuole. Si smette, ma nemmeno sempre, quando si è costretti oppure quando prende il sopravvento qualche forma di amore che non conosce confini. Altrimenti ci si sta dentro, con entrambi i piedi. E non basta mai. La cocaina era diventata ormai la routine per Casagrande. Come timbrare il cartellino per un impiegato. Quasi un gesto meccanico. Senza farsi mai beccare da moglie e figli. Sempre un po’ di più, fino a rendersi conto che l’effetto non bastava. All’inizio del 2006 trovò il coraggio di chiedere al suo pusher qualcosa di più potente e si portò a casa una bustina di eroina. L’aveva già provata a Porto, prima dell’esperienza italiana, ma adesso sentiva che non poteva più accontentarsi. Iniziò a iniettarsela in vena e nel libro “Casagrande e seus demonios” racconta con estrema lucidità quello che provava: “La sensazione trasmessa dall’eroina è totalmente falsa. Ti dà l’impressione di essere lì a vivere il piacere più grande del mondo, dà leggerezza e nello stesso tempo orgasmo. Ma è la più bugiarda di tutte le droghe. Per questo la gente ne muore”.

L’eroina all’epoca non era così facile da trovare, al contrario della cocaina. Così dopo un po’ iniziò a mischiarla con la coca in quello che viene chiamato “speed”. Bastava che la moglie Monica uscisse ed eccolo lì a far bollire e distillare l’acqua, a far sciogliere la cocaina, a scaldare l’eroina nel cucchiaio, poi a diluire tutto in acqua. Non è che fosse veramente capace di farlo, lo faceva a modo suo e poi era pronto per iniettarsela. Ma prima o poi la bustina di eroina sarebbe finita. Decise di finire proprio nel momento peggiore. Un pomeriggio, Casagrande era in casa con il secondogenito Leonardo. La moglie era uscita per compere con gli altri due. Leo era nella sua stanza che stava giocando al computer, Walter stava preparandosi il suo speed. A un certo punto il ragazzo disse ad alta voce dalla sua stanza: “Papà, ho voglia di cenare fuori”. A Casagrande si raggelò il sangue. Non aveva previsto questa richiesta, non aveva il coraggio di dire no ma nemmeno quello di lasciare in giro la dose già preparata. “Va bene Leo, vado a farmi una doccia e usciamo”. Altro che doccia. Nella foga di completare quello che stava facendo e nel timore di essere beccato in flagrante, accelerò al massimo i tempi di esecuzione. Ma era così poco lucido da dimenticarsi che la dose era stata preparata per essere usata in due momenti differenti.

Ed ecco il suo ricordo, sempre tratto da “Casagrande e seus demonios”, davvero angosciante: “Mi iniettai tutto in una volta. Immediatamente non accadde niente. Riuscii ad alzarmi, a lavare la siringa e a riporla nell’astuccio dove la tenevo. Alzai gli occhi verso lo specchio e sentii un’esplosione nel mio petto. Praticamente mi misi a volare, mi sollevai un metro da terra, andai a sbattere contro la parete e caddi per terra”. Erano i sintomi palesi di un’overdose. Convulsioni incontrollabili. Leonardo aveva sentito il rumore tremendo delle botte prese dal padre contro il muro e contro il water. Un attimo dopo era davanti alla porta del bagno che gridava disperato: “Papà, papà, dimmi cosa sta succedendo, ti prego”. Penose bugie dall’altra parte della porta: “Niente, niente”. Ma a se stesso diceva che sarebbe stato assurdo morire lì, in quel momento, in quella situazione. E il racconto delle sensazioni è impressionante: “Sarà durato in tutto un minuto, ma ebbi la sensazione che fossero passate ore. Sbavavo e mi dibattevo, non avevo più il controllo del mio corpo. Facevo un rumore dannato, era una follia. E dicevo a me stesso: fermati, fermati, non ce la faccio più”. Leonardo sempre là fuori, disperato. Piano piano la botta tremenda dell’overdose cominciò ad alleggerirsi, Casagrande riuscì ad alzarsi e a trascinarsi verso il letto, dicendo al figlio che era caduto in bagno e che gli dispiaceva tanto ma non sarebbe stato possibile, per quella sera, cenare fuori. Monica rientrò in casa e trovò il marito a letto, pallido e con una faccia da spavento. Gliene chiese conto. “Non mi sento molto bene, sono caduto”. La moglie con un dolce sorriso provò a tranquillizzarlo, poi chiamò Leo e lo portò fuori a cena con gli altri due figli. Ma durante l’ora di assenza di Monica, nella solitudine del suo letto, Casão stava tutt’altro che bene.

Alternava momenti di calma apparente ad altri di attacchi convulsivi. Provava a massaggiarsi il torace, come se volesse accarezzarsi il cuore chiedendogli di non fermarsi. Però così non poteva andare avanti molto. Qualunque movimento gli provocava dolori atroci. Al rientro della famiglia dalla cena, chiese di essere accompagnato all’ospedale. Con la pazienza e la dolcezza di sempre, Monica caricò quel che restava del marito in auto, con l’aiuto di Leonardo. Al pronto soccorso Walter fu fatto sedere su una carrozzina e portato in sala d’attesa. Alla prima anamnesi, con Monica presente, confermò la versione della caduta accidentale. Poi però adottò uno stratagemma per convincere la moglie ad allontanarsi per una manciata di minuti e confessò tutto. Il medico del pronto soccorso gli rivolse uno sguardo tutt’altro che stupito. Aveva capito tutto già prima. Gli sputò in faccia due verità: doveva trasferirsi all’ospedale Albert Einstein e doveva parlare a sua moglie di quello che era successo davvero. L’Albert Einstein, per esteso “Ospedale Israelita Albert Einstein” è la struttura più all’avanguardia presente nella metropoli di São Paulo e forse il più importante istituto clinico di tutto il Brasile, inaugurato nel 1971, rinomato per la qualità delle cure, la competenza dei medici, la ricchezza delle attrezzature. Un personaggio del calibro di Casagrande non poteva essere curato in un ospedale qualunque e da un medico qualunque, soprattutto per il tipo di problema che doveva affrontare. In realtà i problemi erano due, perché si fa presto a dire “parlane con tua moglie”. In quel momento Walter avrebbe preferito raccontarle di un tradimento, di qualche peccatuccio commesso con una sgallettata a caccia di volti famosi. Ma la droga era sempre stata un’ossessione per Monica, attentissima a tutto quello che poteva minare la sua salute e quella della sua famiglia. Però non c’era più scelta.

Quella sera, mentre ascoltava le parole drammatiche del marito, Monica si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Si morse la lingua. Non fece la scenata che voleva sgorgarle dal più profondo dell’anima. Ma quel giorno l’amore era finito. Ancora da Casagrande e seus demonios ecco il racconto di quella svolta: “Lì cominciò la crisi del matrimonio. Monica si incazzò parecchio, si sentì ingannata. E aveva proprio ragione. Dopo qualche giorno tornai a casa. Per una settimana feci il bravo. Arrivò il mercoledì e feci una bella telecronaca per TV Globo. Il giorno dopo Monica mi chiese un passaggio in auto per andare al lavoro e per strada esplose, me ne disse di tutti i colori, urlò che voleva separarsi immediatamente. La lasciai in ufficio e mi fermai in un ristorante nella zona di Alphaville. La mia testa non funzionava. Mi dissi: se io uso droga, Monica si imbestialisce. Se non ne uso, come in questo caso, si imbestialisce lo stesso. E allora, che andasse a quel paese”. Quello stesso giovedì iniziò di nuovo a iniettarsi eroina e cocaina tutto il giorno, venerdì di nuovo. Sabato mattina avrebbe anche potuto morire. Ci sono momenti nella vita in cui uno la vede negli occhi, la nera signora armata di falce. Attimi in cui un uomo sviluppa dentro di sé in tempi rapidissimi la certezza che non ci sarà un “dopo”, che tutto sta per finire in maniera inesorabile e inevitabile. Quel momento per Walter arrivò un sabato mattina, il 25 febbraio 2006. Dire che quel giorno si svegliò è un eufemismo. Passò in pratica da uno stato semicomatoso a uno stato comatoso in parziale presenza. Proprio il minimo indispensabile per tentare un estremo atto di sopravvivenza.

Prese il telefono sul comodino e chiamò lo psichiatra che l’aveva curato durante il suo primo breve ricovero. La voce dall’altra parte cercava di tranquillizzarlo, ma il racconto degli ultimi giorni spezzava la voce di Walter. Il medico gli chiese se riuscisse a prendere nota e Casão rispose di sì. A fatica riuscì a trascrivere l’indirizzo di una clinica specializzata, nel quartiere di Pompèia. Ringraziò, prese un taxi e seguì le istruzioni. Gli venne detto che sarebbe dovuto rimanere ricoverato per quaranta giorni, al termine dei quali avrebbe fatto il punto della situazione con lo staff. Accettò tutto di buon grado. Stava leggermente meglio e un infermiere diplomato in educazione fisica lo accompagnava nell’adiacente parco Villa-Lobos a correre e a svolgere un po’ di esercizi. Però quel leggero miglioramento era solo una sensazione, perché il male era molto più profondo. In questa fase fece la sua ricomparsa anche Monica. In fondo non aveva mai smesso di voler bene a Walter, vederlo così motivato le dava la speranza di poter ricostruire in parte la famiglia, senza essere costretta ad affrontare la battaglia legale per la separazione e il divorzio. Dopo qualche giorno di ricovero la vita riservò a Monica una pessima sorpresa: era scoppiata una “simpatia” tra Walter e la psichiatra che lo stava curando. La sua reazione furiosa chiuse per sempre la possibilità di un riavvicinamento. Ne disse di tutti i colori all’ormai ex marito, si era sentita utilizzata e manipolata, anche per aver risposto con grande sincerità a tutte le domande degli psichiatri. Invece Casagrande ammise la sua storia d’amore con la dottoressa.

All’inizio sembrava potesse essere una furbata per farsi dimettere più alla svelta, invece dopo il ritorno a casa continuò a coltivare la relazione, fino a organizzare una maxi-festa di fidanzamento in un locale chiamato “A Marcenaria”, nel quartiere di Vila Madalena. Una serata pazzesca, alla quale parteciparono decine di cantanti e artisti famosi amici di Casagrande, giornalisti, attori, tutto il mondo della cultura alternativa. Ma la coppia formata da Walter e dalla dottoressa era nel momento di decollo della passione, al punto che molto prima della fine delle danze i due lasciarono la compagnia per ritirarsi e scambiarsi qualche coccola in intimità. Il matrimonio sembrava a un passo e la vita di Casagrande pareva destinata a tornare sulla retta via. TV Globo lo richiamò e tornò ad affidargli il lavoro delicato di prima. Lo mandò anche in Germania per i Mondiali del 2006 e fu un periodo straordinario: niente droga, linguaggio preciso e scorrevole, vita sentimentale nel suo punto più alto, almeno dopo la separazione. Un uomo nuovo, fino al ritorno dal viaggio in Germania dopo il trionfo dell’Italia nel Mondiale.

Bruttissima bestia, la droga. Non perdona un secondo di distrazione, resta in agguato nelle pieghe del cervello, sempre pronta a farsi desiderare più di ogni altra cosa al mondo. E così avvenne anche in questo caso. Un sabato sera, Casagrande era stravaccato sul divano del soggiorno davanti alla televisione. Stava guardando un film da Oscar, la biografia di Ray Charles interpretata da Jamie Foxx. Sembrava una qualunque serata tranquilla, invece ci fu un processo di immedesimazione nel grandissimo cantante che per un lungo periodo della sua vita dovette convivere con la dipendenza dall’eroina. Walter cominciò a sentirsi male. La voglia di iniettarsi qualcosa, o almeno di sniffare, diventò rapidamente ossessione. La domenica fu un inferno, il lunedì fu la perdizione. Uscì di casa con una scusa e andò a comprare la cocaina. Passavano i giorni e il precipizio era sempre più vicino. Arrivò dicembre e Walter andò a prenotare un viaggio a Natal, bellissima città di mare nel Nordest del Brasile, per passare le feste. Ma intanto era tornato a iniettarsi cocaina, sniffarla non bastava più. Il 21 dicembre ancora una volta passò i limiti. Altra overdose, questa volta di sola cocaina. Una dose potentissima, che stava per chiudergli irrimediabilmente le coronarie. La fidanzata voleva evitare un nuovo scandalo pubblico, lo caricò in auto e lo portò nello studio di un medico amico, in Avenida Angelica. Davvero una pessima idea. Proprio davanti allo studio, Walter svenne. Insufficienza cardiaca, battiti ridotti al minimo, insufficienza respiratoria. Fu necessario un ricovero immediato all’ospedale Albert Einstein. Di nuovo. Ma stavolta niente pronto soccorso, dritto filato in terapia intensiva. Fu salvato per miracolo, lui che era già sopravvissuto a un’overdose ma anche all’asportazione di un tratto di intestino a causa di una diverticolite, a diversi tipi di epatite virale, alla sifilide, aveva anche portato avanti una carriera con un ginocchio sinistro operato due volte ai legamenti. Gli ospedali erano praticamente casa sua. Chiunque altro al posto suo dopo essere stato tirato su con il cucchiaino per la seconda volta avrebbe iniziato ad autoregolamentarsi, se non altro per il terrore. Chiunque altro, non lui. Anzi, il peggio doveva ancora arrivare.

Walter Junior Casagrande, le sue memorie dal sottosuolo e quelle visite all’inferno – Il Fatto Quotidiano