Il signore delle formiche: la storia vera dietro al film

Come si può chiamare in Italia uno studioso di mirmecologia se non “il signore delle formiche”? Ma Aldo Braibanti, a cui calza a pennello questo epiteto, era molto di più e forse anche definirlo semplicemente intellettuale non basta. Antifascista e partigiano fino al midollo, si occupò di letteratura, teatro, poesia, letteratura, cinema, arte e politica e, già, anche di mirmecologia. Peccato però che se chiedete in giro – e non solo ai più giovani – chi sia Aldo Braibanti – in pochi sapranno rispondervi prontamente e altrettanti ricorderanno il caso giudiziario che lo pose al centro della cronaca italiana.
A rinfrescare la memoria, in un’Italia che si affaccia sempre più (almeno in apparenza) all’inclusione, è il regista e sceneggiatore Gianni Amelio, il quale porta sul grande schermo Il signore delle formiche: un film che trascende gli stilemi del biopic per farsi portavoce di un malessere societario, per tradursi in grido di giustizia ed esasperazione di amore e bellezza. Lo fa, come abbiamo scritto anche nella recensione, ponendo all’attenzione dello spettatore una storia fatta di bigottismo, follia, amore e persone che potrebbero essere chiunque, potremmo essere noi. Gli attori, ma non solo, provvedono a loro volta a rendere reale e umano questo rito artistico e Amelio sa bene come lasciar fluire veridicità tra le vene di Luigi Lo Cascio, Elio Germano, Sara Serraiocco, Leonardo Matese.

A chi ha visto la pellicola, presentata alla 79ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e al cinema dall’8 settembre 2022 con 01 Distribution, sarà venuta voglia di saperne di più, di carpire appieno quella storia narrata romanzando e noi, in fondo, siamo qui per questo, per ricostruire l’identità e il trascorso di Aldo Braibanti, a partire dalla sua biografia che nel film, per ovvie ragioni, è stata troncata. Il signore delle formiche inizia da un evento per certi versi drammatico e sconvolgente, poiché è intenzione del regista calabrese non raccontare l’intera vita dell’intellettuale, quanto focalizzarsi sul caso Braibanti e sull’assurdità dello stesso.

Chi era Aldo Braibanti? La biografia dell’intellettuale emiliano

Ph. Claudio Iannone

Per dovere di cronaca, tuttavia, è bene fornire qualche informazione sulla vita e la carriera dell’intellettuale emiliano, nato a Fiorenzuola d’Arda il 17 settembre 1922, dove trascorre l’infanzia. Grazie al padre (medico di professione) gira in lungo e in largo la provincia piacentina, si appassiona allo studio della natura e in particolare degli insetti sociali (formiche, api); a scuola impazzisce per Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio; si interessa di politica abbracciando la fede antifascista, complice una famiglia illuminata e anticlericale. A tal proposito è bene ricordare, al fine di delineare appieno il temperamento di Braibanti, quella volta che diffuse clandestinamente a scuola (frequentò il Liceo Classico Romagnosi, a Parma, dal 1937 al 1940) un manifesto in cui invitava i compagni ad andare contro la dittatura fascista. Una spavalderia che non gli comporta nulla dal punto di vista legale per via della buona condotta scolastica. Ma Aldo non si arrende a nessuna intimidazione: nel ’40 aderisce al movimento politico liberal-socialista Giustizia e libertà e successivamente (nel ’43) al Partito Comunista.
Nel 1947, però, decide di troncare con la vita politica, dedicandosi esclusivamente alla cultura. Si era trasferito a Firenze dopo il liceo per studiare Filosofia, ampliando la mente verso nuovi autori e avvicinandosi progressivamente anche a uno studio più scientifico della mirmecologia. Il suo interesse culturale, tuttavia, non si arenava allo studio, esplodendo anche in vere e proprie produzioni, per la verità affiorate già in gioventù e poi senza dubbio perfezionate. In campo poetico professa la libertà, rompendo gli schemi ritmici e cimentandosi altresì in sceneggiature teatrali.

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Il laboratorio artistico di Castell’Arquato in una scena tratta dal film di Gianni Amelio, Il signore delle formiche

Arte, la sua, che nel film viene sussurrata dalla bocca di un Luigi Lo Cascio che casca con tutto il peso che ha in corpo nella parte di Braibanti; ma viene anche urlata, recitata in triangoli scenici che ci regalano una delle realtà culturali più care all’autore, ovvero il laboratorio artistico di Castell’Arquato: uno spazio culturale ideato da Braibanti nel 1947 presso il torrione Farnese di Castell’Arquato (piccolo comune della provincia di Piacenza), in cui dà vita a una variegata produzione artistica, abbracciando poesia, teatro, realizzazione di ceramiche e attirando a sé, oltre ai compositori Renzo e Sylvano Bussotti, anche Carmelo Bene (attore, regista, drammaturgo, filosofo, scrittore e poeta) e i fratelli Bellocchio.
Nel film Il signore delle formiche notiamo come in questo ambiente proliferino attenzioni, situazioni culturalmente preziose e come sia, in fondo, uno spunto per le malelingue del paese, per quelle menti così ottuse da demonizzare l’opera dell’intellettuale, colpevolizzandolo fino allo sfinimento.
A seguito del mancato rinnovo del contratto d’affitto, questo spazio chiuderà i battenti, dirottando Aldo Braibanti a Roma, dove si trasferisce nel 1962. Qui si dedica al teatro, fonda la rivista Quaderni Piacentini insieme ai fratelli Giorgio e Marco Bellocchio, si cimenta alla realizzazione di un film insieme ad Alberto Grifi (Transfert per kamera verso Virulentia), tiene una mostra di assemblages insieme a Giampaolo Berto. In questa stessa Roma che pullula di libertà e novità, però, Aldo Braibanti viene accusato di plagio e condannato.

Aldo Braibanti e la storia d’amore con Giovanni Sanfratello

Il nome che fa breccia nel cuore dell’intellettuale anticonformista è quello di Giovanni Sanfratello (che nel film assume la fisionomia di Leonardo Maltese e cambia nome in Ettore), un giovane ventenne che, da quanto ci racconta la pellicola stessa, era rimasto ammaliato dalla cultura di Braibanti, dal suo modo di fare e di pensare. Dopo essersi conosciuti presso il laboratorio artistico del torrione Farnese e a seguito della chiusura di quest’ultimo, fuggono insieme da quel paesino di provincia per andare a vivere là dove nessuno li conosce né può giudicarli, col giovane che si lascia alle spalle la famiglia, prendendone le distanze.
La motivazione dell’allontanamento da parte di Giovanni Sanfratello nei confronti dei suoi cari è facilmente intuibile anche da ciò che si vede sul grande schermo: persone tremendamente cattoliche e tradizionaliste, retrive, convinte di poter curare tutto a suon di preghiere, ossessionate dall’idea che il male si nasconda nell’orientamento sessuale o nell’ideologia politica. Limitate al punto da arrivare a rinchiudere il figlio in una clinica psichiatrica e ad accusare Aldo Braibanti del reato di plagio.

Il signore delle formiche. La verità dietro alla reclusione di Ettore/ Giovanni Sanfratello: in manicomio solo perché omosessuale

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Come andarono esattamente le cose? Il film inizia, come è noto, dall’incursione della famiglia di Ettore presso la casa in cui soggiornano i due amanti e non sappiamo esattamente i dettagli di come avvenne, ma la trasposizione di Gianni Amelio ci basta a provocarci ribrezzo, a darci fastidio.
Stando a quanto riportato da diverse fonti, Giovanni Sanfratello fu letteralmente rapito da quattro uomini (tra cui il fratello), che fecero irruzione nella pensione romana in cui il ragazzo si trovava insieme al Braibanti, caricandolo in macchina (nella quale si trovava il padre Ippolito Sanfratello) e trasferendolo prima all’interno di una clinica privata per malattie nervose, a Modena, e successivamente presso il manicomio di Verona dove, a detta di Alberto Moravia, il giovane subirà “un grande numero di elettroshock e vari shock insulinici”.

Il reato di plagio: spiegazione dell’articolo 603 e le parole del direttore dell’Unità

L’accusa di plagio a carico di Aldo Braibanti da parte di Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, sopraggiunge il 12 ottobre 1964. Si trattava, nello specifico, dell’articolo 603 del codice penale, il quale puniva, con una reclusione dai 5 ai 15 anni, chiunque sottoponesse una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione.
Un reato usato meramente per colpire chi aveva un’ideologia o un orientamento sessuale non conforme alla massa, come nel caso di Braibanti. Una condanna futile, basata pressoché sul nulla e giocata con astuzia e cattiveria da quella classe fintamente perbenista.
Riportiamo a tal proposito le parole del direttore dell’Unità Maurizio Ferrara, che in un articolo del 13 luglio 1968 scrive: “[…] È parere comune di giuristi che, questo, è un reato o inesistente o praticato comunemente da chiunque (uomo o donna che sia) abbia una personalità ideologica talmente spiccata da indurre altri a farsi suo apostolo e seguace. […] paradossalmente, se un reato di ‘plagio’ esiste, come dovrebbe chiamarsi l’attività di chi si dedica a convertire i cosiddetti infedeli o indifferenti, riuscendo persino a far loro abbandonare patria, lavoro e famiglia per trasformarsi, poniamo, in monaci o suore di clausura! O il reato di ‘plagio’ non esiste oppure ogni giorno, in Italia, migliaia di ‘plagiatori’, autorizzati, tentano la via della ‘riduzione a totale stato di soggezione’ di ragazzi, giovinette e adulti, minacciati di pene eterne, di mitologici inferni, se non si comporteranno come dice il signor parroco.”

Sempre nello stesso articolo del giornale fondato da Antonio Gramsci il direttore di allora si sbilancia in esempi del passato, definendo infine il processo contro Braibanti “aberrante, un rilancio dei temi dell’Inquisizione, una chiassata avvocatesca di tipo razzista contro il ‘terzo sesso’”.

Allontanandoci dalle opinioni del giornalista e tornando a parlare nello specifico dell’articolo 603 del codice penale (il quale recita: “Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni”), è bene sapere che non esiste più poiché dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sentenza 96/1981. Era stato inserito, nel 1930, dal guardasigilli del governo Mussolini Alfredo Rocco.

Il caso Braibanti: la storia vera dietro a Il signore delle formiche

È facilmente intuibile che l’accusa rivolta all’intellettuale emiliano andava a ledere la sua personalità, tant’è che Ippolito Sanfratello lo accusava di aver influenzato il figlio e di avergli imposto le proprie visioni e i propri principi. Un grosso giro di parole (e leggi) indirizzato unicamente a condannare una relazione omosessuale e con essa ogni forma di diversità.

Il giovane Giovanni fu internato in una clinica psichiatrica per ben 15 mesi, sottoposto a terribili elettroshock che avrebbero dovuto, come si credeva ai tempi, “guarirlo” da una malattia chiaramente inesistente. Dopo le dimissioni dalla clinica gli furono imposte una serie di clausole (che ad ascoltarle provocano davvero un sorriso amaro), dal divieto di leggere libri che avessero meno di cento anni all’obbligo di rimanere nella casa dei genitori.
Un’inutile “cura” che rovinerà per sempre Giovanni Sanfratello, rappresentato sul grande schermo completamente deperito e martoriato, ma lucido e convinto che non c’era nulla di male nella relazione tra lui e il Braibanti: nessun colpevole perché non esiste colpa!

Eppure, durante il processo e dinnanzi alle dichiarazioni del ragazzo il pubblico ministero arrivò a dire che “il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte. Quando appare lui tutto è buio”.

Ma se le dichiarazione di Sanfratello non ebbero peso alcuno a favorire la condanna dell’intellettuale furono le parole di Piercarlo Toscani, un elettricista con cui il Braibanti aveva avuto una relazione nell’estate del 1960 (all’epoca il ragazzo aveva diciannove anni). Toscani accusò l’intellettuale di averlo indottrinato politicamente, introducendogli nella mente idee di ateismo e comunismo e impedendogli la lettura di certi manuali al fine di manipolarlo intellettualmente. Da lì alcuni giornali del tempo tirarono fuori una sfilza di epiteti con i quali indicare l’accusato, definito come “il professore”, “il mostro”, “l’omosessuale”.
Titoli che per certi versi ci vengono mostrati anche nel film grazie alla presenza del giornalista Ennio Scribani, interpretato da Elio Germano. Un personaggio chiaramente di fantasia che si schiera dalla parte dell’intellettuale, narrando i fatti per come sono (e sì, in fondo quanto riportato sopra ed estratto da L’Unità è abbastanza in linea col suo pensiero).

Il processo si concluse dopo quattro anni, nel 1968, con la condanna di Aldo Braibanti a nove anni di reclusione, pena che gli venne ridotta a sei anni e infine a quattro (l’intellettuale usufruì di uno sconto di due anni della pena grazie alla sua attività nella Resistenza).
Durante la prigionia continuò a dedicarsi alla stesura di poesie e opere teatrali (tra cui L’altra ferita, proposta moderna del Filottete di Sofocle, e la raccolta di saggi Le prigioni di stato).

Un processo sociale

Se è vero che furono tanti a gioire per la sua condanna, altrettanti si schierarono dalla parte di Braibanti e tra questi diversi intellettuali del calibro di Alberto Moravia, Umberto Eco, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Carmelo Bene. Era palese ai più come Braibanti altro non fosse che il “capro espiatorio” di una società che si affacciava al cambiamento, sullo sfondo dei moti del ’68, delle nuove ideologie politiche e societarie atte a frantumare le tradizioni e i vecchi schemi. Chi meglio di lui, comunista e omosessuale, avrebbe potuto incarnare appieno il Cristo da crocifiggere, da accusare e sacrificare per tutto il male di quel piccolo mondo antico e ottuso? La sua fu l’unica condanna, nel dopoguerra, che si appigliò al reato di plagio, poi definitivamente abolito (come detto sopra).

Vi chiederete, che fine ha fatto Giovanni Sanfratello? Purtroppo di lui si sono perse le tracce, si sa solamente che è venuto a mancare nel 2018, risucchiato nell’oblio in cui, d’altro canto, avrebbe rischiato di finire (per certi versi) lo stesso Aldo Braibanti. Il suo nome, almeno fino ad ora, non era così noto ai più, ma è chiaro che le sue opere e il legame con altri intellettuali hanno fatto in modo di non cancellare le tracce della sua esistenza. La sua produzione artistica è consistente, dalle poesie ai film fino agli articoli di giornale e alle opere teatrali, Braibanti non smise mai di essere un intellettuale a tutto tondo.

Continuò a vivere nella Capitale a lungo, salvo poi essere sfrattato nel 2005 dall’abitazione di Via del Portico di Ottavia (nella zona del Ghetto), in cui abitava da quarant’anni grazie alla pensione sociale minima che percepiva. A seguito dell’intervento della senatrice Tiziana Valpiana e, soprattutto della Costituente Teresa Mattei (con la quale aveva condiviso il periodo di prigionia durante il fascismo), nonché per merito del sostegno di Franca Rame, fu costituito un Comitato pro Braibanti, grazie al quale l’intellettuale ebbe diritto al vitalizio (concesso il 23 novembre 2006 dal secondo governo Prodi, in base alla legge Bacchelli). Trascorse gli ultimi anni di vita in terra natia, a Castell’Arquato, in gravi ristrettezze economiche, per poi morire il 6 aprile del 2014, all’età di 91 anni.

Concludiamo la storia della sua vita condividendo un suo pensiero sull’omosessualità, la stessa che lo condannò in tribunale, forse la stessa che adesso ce lo fa rivalutare e che portò una fiumana di giovani a schierarsi, in quei movimentati anni ’60, dalla parte della libertà.

“Non farò mai il militante omosessuale, ma non mi piace dare un giudizio. Però penso che i movimenti gay e gli altri di questo tipo siano molto importanti, hanno la funzione di preparare molte persone che altrimenti sarebbero incapaci di inserirsi nella militanza, a sentirsi pari a coloro che credono di essere già pari e di poter combattere per la rivoluzione.”



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